Parte Prima - Valle di Susa (Leonardo) - post 1

I. CECITA’

 

“Tu trattieni dal sonno i miei occhi,

sono turbato e senza parole”

(Salmo 77,5)

 

“Desidera qualcos’altro?”.

A quelle parole alzo la testa. La voce giunge da dietro le mie spalle; appartiene al ragazzo smilzo che rifornisce di cibo la casa, e che all’occorrenza fa anche da inserviente.

Di solito mi accorgo sempre di chi entra nella mia stanza, ho fatto l’orecchio al più piccolo rumore; ma questa volta non l’ho visto entrare perché sono immerso nella lettura serale, seduto alla mia scrivania.

Provo ad immaginare il ragazzo che aspetta paziente in silenzio, dietro di me; probabilmente sta fissando l’orologio appeso alla parete. Sa benissimo che sono terribilmente lento nell’accennare ad una risposta. Scocco anch’io una rapida occhiata alla sveglia sul tavolaccio di rovere: le ventuno.

Nel frattempo penso a come congedarlo.

“Sto bene così. Grazie” rispondo. Non mi viene in mente altro da aggiungere. O meglio: avrei in mente il seguito della frase, ma lo tengo per me. E cioè che sarebbe il momento di lasciare questo posto schifoso abbandonato da Dio.

Respiro a fondo.

Non ho ancora sentito il ragazzo uscire dalla porta. L’unica spiegazione che mi do del suo comportamento è che voglia assicurarsi con i suoi occhi della risposta che gli ho dato.

Sta aspettando che mi volti. Ma io lo farò solo fra qualche minuto. Giusto il tempo di tenerlo sulle spine.

Anch’io in fondo ho le mie spine.

La storia delle mie ultime settimane continua a martellarmi crudele nella testa, come volesse farsi spazio a forza tra tutti i ricordi dolorosi che posseggo.

Solo che la mia mente adesso è stanca. Non riesce a venirne a capo.

 

Conservo pochi ricordi del mio passato più recente. Deve essere colpa dei tranquillanti che mi davano, come effetto collaterale inibiscono la memoria.

Non ricordo nemmeno la notte della fuga.

Il mio benefattore mi raccolse letteralmente ai piedi della sua porta, dopo che avevo bussato quasi assiderato per il freddo pungente e il vento che a quell’ora della notte soffiava impetuoso e spietato.

Mi sistemò in quella che disse essere la stanza degli ospiti.

Ripenso ancora al primo impatto che ebbi con la mia stanza, la stanza in cui mi trovo tutt’ora. Quando la vidi, sulle prime pensai che lui scherzasse. Tuttavia, quando poi mi mostrò l’intera casa, mi misi il cuore in pace: il mio salvatore viveva in un rudere diroccato, pieno di spifferi e di stanze arredate in modo spartano. L’acqua piovana che s’infiltrava dai buchi del tetto in alcuni punti aveva formato delle malinconiche stalattiti. C’era muffa dappertutto. Ebbi il dubbio di essere caduto dalla padella del manicomio dove mi trovavo prima, giù nella brace di questa catapecchia.

Ma lui mi aveva aperto la porta e, senza che io riuscissi a scorgerlo bene in viso, mi aveva trascinato su un letto, mi aveva dato un po’ di brodo caldo e mi aveva praticamente salvato la vita.

Tutto questo accadeva un mese fa.

 

Ritorno bruscamente col pensiero al ragazzo alle mie spalle, che attende il congedo solo dopo avermi visto in faccia. Il rantolo poco rassicurante del mio respiro l’ha messo in guardia: vuole accertarsi che io non stia male.

Guardo fuori dalla finestra esattamente di fronte alla mia scrivania: il crepuscolo getta una luce spettrale sulle cime dei monti.

Insisto: “Sto bene. Puoi andare”.

Il ragazzo smilzo si volta per andarsene. Mentre armeggia con la serratura arrugginita mi ricordo di un’ultima cosa. Per un istante mi sembra di rianimarmi:

“Ti capita mai di pensare che la vita è una cosa seria?”.

“Cosa intende dire?”.

“Mi riferisco a certe decisioni che, magari, vorresti non aver preso; oppure ad altre che, invece, vorresti aver preso, o che avresti dovuto prendere, a ragion veduta…”.

E’ come se la mente mi stesse parlando, ma avesse sbagliato referente e rivolgesse le domande al ragazzo anziché a me.

Il ragazzo non ha dubbi in proposito: già altre volte gli ho parlato con frasi ingarbugliate, dal significato incomprensibile. Ha imparato a non farci troppo caso e a rispondere in modo vago, conciliante.

Continuo: “Sì, so già cosa stai per rispondermi. Lo sento dal tuo lento respirare in silenzio, percepisco la tua ansia nello starmi accanto. Parlo in modo strano, non è vero? E’ questo che stai pensando?”.

“Sì. E’ così. Esattamente come avete detto. Ma come fate a leggermi nei pensieri? Non mi state nemmeno guardando: sono dietro di voi, alle vostre spalle”.

“Anche se non posso vederli, i tuoi pensieri si affacciano alla mia mente semplici e distinti come lettere dell’alfabeto. Li riconosco uno per uno, e si fanno leggere con piacere”.

Il ragazzo non vuole contrariarmi, sa che sono un uomo davvero strano. Si decide perciò a rispondermi in fretta: «No, signore. Non ho nessun rimpianto per quel che riguarda il mio passato».

“Sei fortunato. Lo sai, vero?”.

“Suppongo di sì”.

“Continua così allora. Adesso buonanotte. A domani”.

“Arrivederci”.

 

Chiudo il mio diario personale e sposto la lampada dalla scrivania al comodino. Mi sfilo la veste da camera e m’infilo dentro al letto, sapendo che mi è quasi impossibile prendere sonno. La mente libera da occupazioni vaga in cerca dei ricordi sepolti nella memoria, e basta anche un solo pensiero scovato in quel pozzo senza fondo a tenerla sveglia, purché esso sia sufficientemente consistente.

Questi brandelli di memoria mi appesantiscono, sono un pesante fardello che mi mozza il respiro. Sono come cave di pietra sparse su una parete che è franata. Per la prima volta nella mia vita mi sento menomato perché non posso fare completo affidamento su una facoltà mentale che non mi aveva mai tradito. Ho materiale a sufficienza per sentirmi parte di un campionario degli esseri più derelitti di questo mondo. Ma devo – voglio – provare a ritornare al punto in cui tutto è cominciato… quante volte ci ho già provato durante il mese di reclusione forzata in questa triste stanza, aspettando di rimettermi in forze, e in cui trovo per compagni instancabili soltanto la solitudine ed il gelo.

Cerco di ricomporre le varie tessere del puzzle della memoria, riuscendovi solo in parte.

Ricordo benissimo l’inizio di questo incubo: tutto è cominciato da una visita.

Steso sul letto torno con la mente a cinque mesi prima.

 

Mi trovavo come al solito nella mia aula universitaria (insegno medicina generale), stavo spiegando ai miei allievi il funzionamento del ciclo degli antibiotici quando il mio sguardo, che passava in rassegna le facce conosciute posandosi tranquillamente sui loro visi (questo era possibile solo per le prime file di banchi, naturalmente), fu colto da stupore per un viso che emergeva inaspettato da tempo addietro. Io sussultai di gioia, come quando dopo un lungo anno si rivede il profilo del luogo amato dove trascorrere le vacanze. Anche l’uomo s’accorse che lo stavo guardando, e per un attimo gli brillarono gli occhi, salvo poi tornare ad immergersi nell’ascolto della lezione, come uno qualsiasi dei miei duecento studenti. Dimostrava almeno quindici anni più dell’età media della mia classe, ma era come se questo particolare lo scorgessi soltanto io. Lui riusciva benissimo a confondersi in mezzo agli studenti come fosse stato uno di loro: il fisico atletico, lo sguardo intelligente e i modi giovanili non tradivano la sua vera età. Solo io sapevo che si trattava del mio vecchio amico Omar.

Alla fine della lezione venne a trovarmi. Ricordo che parlammo per parecchio tempo: prima nel mio studio, e poi alla tavola calda della mensa universitaria.

“Non devi assolutamente farti scappare questa occasione, amico mio” mi incalzava, sempre con quello strano bagliore negli occhi. Più tardi ho anche pensato che stesse cercando di ipnotizzarmi, ma l’idea, tuttora, mi sembra assurda. Anche perché non l’ho mai guardato fisso negli occhi.

Omar mi spiegò che lavorava per una multinazionale che stava sperimentando una nuova medicina.

“Perché sei venuto da me adesso, dopo tutti questi anni?”.

“Che c’entra? Mi sei venuto in mente: tu sei sempre stato il migliore fra tutti quelli della nostra annata. Sei il primo che si è laureato, il primo che ha trovato lavoro…diamine! E adesso insegni all’Università! Ci pensi: sei uno tra i venti docenti europei con cattedra ordinaria al di sotto dei trentacinque anni! Tu sei l’elemento più appropriato per condurre questa indagine scientifica”. E si fece più vicino, al punto che gli vedevo le lentiggini sul naso: “Leo, c’è in ballo un mucchio di soldi. Per te, prima di tutto; e poi per tutti quelli che verranno coinvolti”.

“I soldi non mi sono mai interessati”.

“Sì, lo so…quindi è ancora meglio. L’esecutivo della mia multinazionale lo sa ed è innamorato di te: della tua bella personcina tutta integrità morale e professionalità da vendere” disse gesticolando animosamente.

“Ci sono scienziati migliori di me”.

“Ma più avidi di te”.

“Sono sicuro che non avreste alcun problema a far firmare loro le clausule adatte ai vostri obiettivi: non spifferare in giro i risultati delle vostre ricerche”.

“Senti, a questo punto non mi lasci alternativa: se proprio devo convincerti, sia. Voglio mostrarti i vari candidati che il consiglio direttivo ha esaminato, prima di arrivare a preferire te a tutti loro”. E trasse fuori dalla sua borsa a tracolla un fascicolo con recava scritto top secret, che fece scivolare discretamente sotto il tavolo, dalle sue ginocchia alle mie. “Dai un’occhiata: ci sono gli esperimenti compiuti fino ad oggi, i brevi saggi dell’equipe che sta lavorando, i profili dei prossimi candidati al lavoro di ricerca, compreso il tuo. Ho avuto l’ordine di mostrarteli espressamente nel caso ti fossi manifestato cauto. Appunto come ti stai comportando ora”.

Cambiai strategia.

“Grazie di tanta fiducia. Ma tre mesi lontano da casa, proprio adesso che Sylvie è incinta… insomma, non saprei. Devo pensarci, e devo anche parlare con mia moglie”.

“D’accordo. Pensaci questo week-end. Ci vediamo lunedì: stessa ora, stesso posto. Ti va bene?”.

Avrei già voluto rispondere che non mi andava bene. Ma la curiosità di aprire la cartella top secret era più forte.

“Va bene. Ma non aspettarti niente se non il silenzio di tomba su quanto leggerò qui dentro”.

Omar annuì. “A proposito: io e te non ci siamo mai visti”.

Sorrisi ripensando ai vecchi tempi. “Ma la conosco io?” risposi.

Omar si era già alzato e mi stava dando le spalle. Si allontanò in un baleno.

 

Solo ora posso dire maledetto il giorno che accettai, maledetto quel giorno.

Mia moglie mi aveva lasciato libero di decidere cosa credevo meglio per la mia carriera professionale, anche se sapevo che in cuor suo questa scelta le costava un’enormità. Ma lei mi amava veramente. Così, spinto dall’avidità di conoscere, mi risolvetti per l’opzione che soltanto qualche giorno prima stavo così tranquillamente rifiutando. Che stolto!

Lasciai mia moglie incinta al terzo mese, promettendole che sarei ritornato nel giro di un paio di settimane, un mese al massimo. Pensavo si trattasse di verificare una serie di esperimenti segreti e di fare qualche ipotesi scientifica. Dopodiché, il mio compito sarebbe terminato. Perché non ho fiutato l’inganno? Stupido uomo avvelenato dalla fame di successo!

Non ho visto mia moglie partorire. Non so che faccia abbia mio figlio (o mia figlia?). Mi hanno permesso di telefonare a casa solo per un breve periodo; ma dopo il trasferimento alla Clinica, come la chiamano loro, mi hanno negato il telefono dicendo che era troppo pericoloso avere contatti con l’esterno. Fu lì che tentai di scappare per la prima volta, perché cominciavo a intuire che c’era qualcosa che non andava in quello che mi stavano raccontando. Ma, ahimè, troppo tardi. Chissà cosa devono aver detto a mia moglie per tranquillizzarla, che cosa si devono essere inventati. E chissà se lei ci ha davvero creduto. No, penso di no. In fondo al suo cuore lei sa che sono vivo, segregato da qualche parte.

Tesoro mio, non perdere la speranza che possa tornare da te!

 

È un nuovo giorno. Il cielo è pulito, l’aria della notte ha spazzato via le nubi che ieri sera si addensavano fitte sopra i monti. L’aria di prima mattina è frizzante, asciutta. Il sole ha cominciato a scaldare le cime dei monti, il cui candore adesso è smagliante. Ho voglia di uscire. Sto aspettando che il mio benefattore venga a prendermi per portarmi fuori. Sto in allerta, per cogliere quando arriva. Anche se non lo vedo, posso sempre sentirlo. Sì, perché ho questa disgrazia, di non riuscire più a vedere nessuna persona. Vedo le cose, ma non le persone.

In verità, non ho mai sentito parlare prima di una simile malattia; in nessun libro di medicina o di psicologia mi sono imbattuto in casi simili al mio; non so nemmeno se questa specie di “cecità” di cui soffro sia una vera malattia. Io la chiamo cecità selettiva. Quello che so, è che un bel giorno di alcuni mesi fa - stavo già al laboratorio intento al progetto di Omar - mi accorsi che, di colpo, non vedevo più davanti a me le persone mentre ancora mi parlavano. Sentivo le loro voci, e quindi riuscivo a girarmi verso di loro e a conversare con loro, ma i miei occhi mi gridavano che parlavo con esseri invisibili. Crebbe in me un’angoscia paurosa, che esplose fino ad attanagliarmi il cuore quando mi fu riferito che anche altri come me stavano soffrendo di quello stesso disturbo. E che tutti erano stati trasportati alla Clinica.

Mi sentii morire. Non mi capacitavo come potesse esistere una simile sciagura. E che potesse capitare proprio a me. Sono diventato medico appunto per guarire me e gli altri dal dolore fisico o psichico. Mi sono anche sottoposto ad uno screenig genetico completo per essere sicuro che né io né mia moglie avessimo familiarietà con malattie genetiche. Perciò credevo che, al massimo, mi potesse capitare un’influenza, un mal di denti, tutt’al più una piccola operazione.

Invece ho constatato a mie spese che l’uomo è capace di generare dal nulla malattie tremende.

 

Ecco, il mio benefattore è entrato. Sento la porta che si apre cigolando. Una ventata di aria gelida si insinua furtiva dal corridoio nella mia stanza. Rabbrividisco.

Non distinguo le persone, ma vedo benissimo tutto ciò che mi circonda. Ora la porta si è aperta completamente e intravvedo il lungo corridoio che dalla mia stanza conduce fino in fondo, alla rampa di scale. Il soffitto è coperto di stalattiti, riverberano la luce del sole che filtra attraverso le finestre.

“E’ proprio la giornata giusta per uscire, Leonardo” mi dice il mio padrone di casa. “Hai visto il bel tempo? Non dobbiamo sprecare nemmeno un istante di una simile fortuna…”. E mi sta già aiutando ad alzarmi dal letto.

“Vieni, una bella colazione e poi via al rifugio, a leggere il giornale, gingillarci con qualche succulenta leccornia e concludere in bellezza con un paio di caffè corretti…Superbo! Allora, che ne dici?”.

Percepisco dal suo tono di voce che, anche se cerca di essere allegro, in realtà è preoccupato.

“Avanti, sputa il rospo!” gli dico.

“Quale rospo? Solo perché non vedi la mia faccia, non vuol dire che ti tenga nascosto qualcosa”.

Ho imparato ad apprezzare il mio benefattore in questo mese di forzata convalescenza. I vuoti di memoria che ogni tanto mi capitano mi spaventano. Lui è molto paziente, so che cerca sinceramente di aiutarmi.

E poi mi fido di lui, almeno questa volta non dovrei sbagliarmi a riporre in qualcuno il prezioso scrigno della fiducia. Il mio benefattore non ha nulla da perdere ad aiutarmi: è un vecchio monaco.

So che non ci sono quasi più i monaci. Come del resto i preti. E i frati. Sono divenuti una sparuta minoranza in seguito alle Grandi Migrazioni che l’Europa ha conosciuto agli inizi del XXI secolo. Come tutte le previsioni umane, anche quelle che i mass media fecero a quel tempo furono puntualmente smentite dalla realtà. Ci si faceva belli di parole chiave quali “contenimento dei flussi migratori”, oppure “integrazione degli immigrati”, o di altre espressioni vacue come “politiche sociali”, “welfare” e così via.

Si era sicuri… di che? Che l’Europa sarebbe andata avanti per la sua strada, potente, un colosso economico a prova di scalata da parte delle economie di altre nazioni.

Invece fu come svegliarsi dal sogno protratto per almeno due generazioni, quelle dei miei genitori e dei loro progenitori, per rendersi conto che la realtà superava enormemente – come in tutte le epoche storiche – l’umana capacità di previsione degli eventi futuri. La storia dell’Unione prese un’altra piega, con buona pace di tutti. Gli equilibri politici ed economici cambiarono repentinamente, e la classe al potere mutò al mutare di quelli.

 

Abbandono i pensieri in caduta libera e torno a concentrarmi sul monaco.

All’inizio pensavo che mentisse riguardo alla sua vera identità. Invece mi sono dovuto ricredere quasi subito quando mi sono accorto che, all’incirca all’altezza del cuore, ovviamente per me in mezzo al nulla, levitava un crocifisso di legno.

E’ stato incredibile: non ho potuto vedere la sua faccia, né la sua veste. Né le mani, né i piedi. Ma quel crocifisso si è inchiodato davanti al mio viso come un manufatto di legno che oscillava di qua e di là, a seconda dei movimenti del monaco. Tuttora continuo a vederlo. Comunque è una cosa che succede anche per altri oggetti: non vedo chi li indossa, ma intravedo il loro contorno, o il loro colore, o la loro forma.

Quando uscirò mai da questa maledizione? A volte mi sembra di essere sul punto di impazzire!

Rispondo al monaco vagamente: «Ci sarà anche un sole magnifico, ma dentro di me è calata la notte».

Mi alzo svogliatamente e lui mi aiuta a vestirmi.

“Marco, il garzone, ci ha portato il latte appena munto. Vedrai come ti sentirai meglio, dopo averlo bevuto!”.

E’ consolante che ci sia accanto a me qualcuno che crede ancora in qualcosa. Perché io non sono più un uomo, sono un omuncolo chiuso nel suo dolore.

“Bene…” mormoro. “Perché ho fame”.

«Ecco una cosa positiva. Il tuo corpo ti sta parlando. Ti dice che esisti, e che hai fame».

“Meraviglioso…” ribatto senza convinzione.

“Ho pensato che dopo, quando saremo al rifugio, potremo provare a rifare l’esperimento…” mi suggerisce speranzoso.

“No, di nuovo!” protesto. “Lo sai che non ricordo proprio nulla di quella notte…lasciamo stare, non ce la faccio più!”. E’ la notte in cui mi sono trascinato fino alla sua porta. Lui vorrebbe sapere come ci sono finito, davanti a casa sua. Per giunta a quasi millecinquecento metri di quota. Ma io non ricordo proprio nulla. “Te l’ho già detto un sacco di volte. Ricordo che dalla Clinica vedevo gli stessi monti che vedo qui; quindi, il posto dove mi tenevano rinchiuso non dovrebbe trovarsi troppo distante. Di più non so dirti”.

Sospira.

“Ecco, sono pronto. Scendiamo?” chiedo.

“Va bene” mi risponde. “Passi dal bagno o ci sei già stato?”.

“Già fatto, grazie”.

“Allora vieni che ti faccio strada”.

“Ah, ah…comico. Lo sai che non ti vedo…”.

“Mica devi vedermi per seguirmi. Non trovi?”.

Furbo il monaco. Scrollo la testa ed esclamo: “Vabbè, dai che ho fame”.

E scendiamo uno dietro l’altro, almeno così credo.

Quando siamo giù seduti al tavolo vedo la sua tazza di latte che si svuota in fretta. Sì, è vero: siamo scesi a fare colazione insieme. Mangiamo in silenzio. Suoni indistinti mi giungono dalla stanza accanto. Deve essere Marco, il garzone, che sta riordinando le provviste. So che di là c’è la piccola dispensa tanto cara al monaco, dove lui conserva con cura le marmellate, i formaggi, lo speck, il pane marrone scuro al sesamo, le grappe e quant’altro gli porta la gente di qui; vengono da tutte le valli vicine. Non penso di sbagliarmi a credere che gli vogliano veramente bene. Sia in casa che fuori trova sempre qualcuno con cui fare quattro chiacchiere. Ha sempre compagnia attorno a sé, un cicaleccio sommesso e continuo di gente che lo ferma per domandargli qualsiasi cosa.

Non come me. Io sono il suo opposto. Cupo, scontroso e taciturno.

Strano destino il mio! Sentirsi soli, e al tempo stesso non esserlo! Parlare con qualcuno che non si vede!

Se solo affiorasse dal buco nero della mia anima qualche ricordo decisivo, essenziale, cosicché lui mi potesse aiutare… Aiutare veramente!

Decido dentro di me che su al rifugio proverò un’altra volta a ripensare a quella fatidica notte.


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