Il Manipolatore di Elisabetta Modena

Mi ritrovo ad indagare su un ragazzo dal viso d’angelo accusato di omicidio: ma secondo me qualcosa è sfuggito agli investigatori…

 

La prima cosa che noto di lui è la camicia azzurra e i capelli fermati da un elastico. È un ragazzo attraente, anche con quello squarcio sulla nuca che l’ha reso un corpo freddo, inanimato.

Poso la foto sulla scrivania e guardo in faccia il commissario di polizia, nonché l’uomo con cui esco. Ho un moto di stizza al pensiero che, per seguire questo caso, Stefano è stato fagocitato come al solito dalla macchina investigativa e io sono tornata a fare la parte della fidanzata invisibile. Ma non devo pensarci troppo. No.

Devo concentrarmi sulle foto e sul mio lavoro. Il giornale aspetta il mio articolo sensazionale, corredato magari di dettagli ancora non divulgati, perciò non è il caso che gli faccia una sfuriata su quanto è difficile da sopportare il suo lavoro.

L’assassinio del figlio di Vincenzo Lancini – la sua industria di torrefazione è una gloria nazionale – ha destato scalpore in tutto il paese.

Prendo in mano un’altra foto. In questa c’è un altro ragazzo, all’incirca coetaneo di quello morto, ancora più bello, che giace riverso sul prato.

Hanno fatto a pugni, hanno entrambi grossi ematomi dal bacino in su.

«E lui sarebbe l’assassino?».

«Al momento è l’unico sospettato».

«Però non l’avete ancora arrestato».

«Senza l’arma, no. La stiamo ancora cercando».

«Quando si riprenderà?».

«E chi lo sa?».

Ecco, questo è il punto. «Il vostro medico cos’ha detto?».

«Che è plausibile che Leon, cadendo, abbia sbattuto la testa perdendo conoscenza. E perdendo la memoria, purtroppo».

I giornali ci stanno andando a nozze con una storia simile. Anche perché si sa poco sul conto di questo bel giovane, Leon Guaschi.

«Che altro avete scoperto?».

«Me lo chiede la mia fidanzata o la giornalista?».

Sbuffo. «Te lo chiede semplicemente Elena».

«Ci credi se ti dico che non riusciamo a cavare un ragno dal buco?».

«Ho capito, mi darò da fare da sola».

«Ah sì?».

«Ho anch’io le mie fonti».

Stefano mi sorride. Si vede lontano un miglio che non ci crede. Perfetto, gliela farò vedere!

«Ricapitoliamo. Tre notti fa sono stati trovati due corpi riversi sul prato del Golf Club. L’uno è morto sul colpo, per trauma cranico a opera di un corpo contundente, l’altro è piantonato in ospedale in attesa che gli tornino i ricordi. Si sa che il morto è Carlo Lancini, il figlio del famoso imprenditore di caffè; l’altro è l’anonimo Leon Guaschi che, è emerso, era la sua guardia del corpo. Che lo riccattasse?».

Scrolla le spalle. «Tutto può essere».

«Uff, non mi sei per niente d’aiuto».

«Dai, fatti le tue ricerche e dimmi se ci cavi qualcosa».

Lo guardo torva. È così che mi tratti, eh, mio bel commissario?, penso.

Raccolgo offesa le mie cose sparpagliate sulla sua scrivania, infilo tutto nella mia borsa a tracolla, afferro l’impermeabile ed esco con rabbia dalla sala del commissariato.

Al giornale, vago su google cercando notizie sui due: trovo quintali di materiale sul rampollo erede del caffè, poco niente sull’altrettanto affascinante Leon. Già, perché qualcosa m’ha colpito guardando le loro foto: sono davvero somiglianti. Alti e prestanti, capelli biondi Leon, castano chiaro Carlo, fisico longilineo tutti e due.

Frugo su Facebook e su altri social network, ma non c’è traccia di Leon. Solo un’informazione mi sorprende: un amico del morto, su Facebook, scrive che la guardia del corpo era molto di più di un semplice bodyguard. Toh, che fossero gay? Oh bella, questa sì che sarebbe una notizia!

Lavoro per tutto il pomeriggio. Poi a casa, stanca morta, scalcio le scarpe coi tacchi in un angolo, lascio borsa e soprabito sul divano e mi regalo un bagno bollente lungo.

La sera mando un sms a Stefano augurandogli la buonanotte, lui nemmeno mi risponde. Lo so, è indaffarato, ma ci rimango male lo stesso. Mi addormento con tanta stanchezza addosso, nonostante il bagno, e un vago senso di impotenza per come stanno andando le cose tra noi due.

Al notiziario della mattina, mentre faccio colazione, raggelo: Leon è perfettamente sveglio, ricorda tutto e dice di non essere l’assassino. Solo che ha sbattuto la testa – dice lui – prima che il suo assistito morisse. Per cui non sa chi sia l’assassino. Avevano litigato per una questione privata che, al momento, non ha rivelato. Sono ammutolita: Stefano non mi ha detto nulla! Ma che succede? Perché non m’ha chiamata per avvisarmi?

Mi prende l’ansia. Mi vesto in fretta, avviso al giornale che passo in ospedale e mi precipito lì. Non chiamo Stefano, sono troppo scombussolata. Preferisco far sbollire la brutta sorpresa.

In ospedale l’attendente che piantona l’indagato mi conosce e mi fa passare, «Giusto cinque minuti d’orologio», dice.

Leon è disteso sul letto, sta guardando la tv. È proprio un bell’uomo, penso.

«E tu chi saresti?», domanda sorpreso quando mi vede entrare.

Opto per la verità. «Una giornalista. Mi hanno fatto passare perché conosco il commissario».

Lui mi guarda divertito. Secondo me ha già capito tutto. È un tipo sveglio questo Leon.

«Lo conosci?», m’apostrofa con un sorriso sghembo.

«Sì».

«E cosa vuoi sapere? Ho già parlato con lui».

«Ma io no. Sai, noi della stampa amiamo battere sul tempo le prime dichiarazioni ufficiali della polizia», sorrido di rimando. «Ti scoccia raccontare qualcosa anche a me?».

Lui mi guarda senza aprire bocca per un tempo che mi pare infinito, poi sospira e mi dice: «Era notte. Carlo voleva andare in un posto ma io non volevo. Abbiamo litigato. Lui, colpendomi, m’ha sbattuto per terra e io sono caduto. Fine della storia».

Lo guardo meglio: ha un pigiama costoso, dei best-seller appena usciti sul comodino, e fiori freschi. Qualcuno si cura di lui, e certamente non sembra un poveraccio che si guadagna da vivere facendo il bodygard.

Lui deve capire i miei dubbi perché afferma: «Non ci credi».

«Cosa ci facevate di notte in quel prato?».

«Non posso dirtelo».

«Siete gay?».

Scoppia a ridere. «Nemmeno per sogno. Come ti salta in mente?».

«Dammi un indizio, ti prego».

«Perché? E guarda che voglio il motivo vero».

Sarà perché mi sembra che lui sia lì lì per parlare, mi accascio in fondo al letto, mandandogli un evidente segnale di resa. «Voglio far colpo sul commissario. È il mio fidanzato, e crede che non sia brava quanto lui a indagare. Tanto, se sei innocente non hai niente da perdere».

I suoi occhi color nocciola guizzano seducenti. Ammetto che comincio a interessarmi a lui. E chissenefrega di Stefano!

«Tra poco sarò fuori di qui. Ti chiamo io, d’accordo?».

Stupita, accetto. Gli lascio il mio biglietto da visita.

«Guarda che non mi scordo di te», mi ammonisce mentre sono sul punto di andare. Poi sulla soglia mi richiama.

«Non vuoi l’indizio?».

Annuisco.

«Caino e Abele».

Lo guardo stralunata. «Che significa?».

«Sei tu la giornalista. Buona ricerca! Quando ci rivedremo, ti darò il secondo indizio».

Esco dalla stanza col cuore in tumulto. Quell’uomo mi ha davvero scosso. Mi sembra tutto fuorché stupido, e sono pronta a mettere la mano sul fuoco che non è solo un bodyguard. Ma non mi sembra nemmeno una cattiva persona, un truffatore o uno dedito ad attività poco pulite. E poi, la cosa più sorprendente, ho sentito feeling tra noi due. E deve averlo avvertito anche lui, se mi vuole rivedere.

Decido di chiamare Stefano, sono le dieci del mattino.

«Pronto?». Risponde dopo due squilli. Buon segno.

«Ciao, ti chiamo dall’ospedale. Sono stata a trovare Leon».

Silenzio. «Di già?».

«Che razza di domande fai? Sono una giornalista, no? Mi guadagno da vivere raccontando notizie. E Leon che ricorda è una notizia».

«Ok, scusa, sono nervoso. Non m’aspettavo che per prima cosa andassi là».

«Credevi che sarei venuta da te?».

«Sì», borbotta.

Beh, credevi male, penso.

«Novità?».

Ah, ah. Adesso beccati questa. «Mi ha parlato».

«E cosa ti ha detto?».

«Segreto professionale».

«Se è qualcosa d’importante fai male a tenertela per te».

«No. Sono solo particolari. Vedrai che appena finisce di raccontarmi quel che ha iniziato non verrà fuori granché», mento con una gran faccia tosta.

«Lo devi rivedere?». La sua voce si fa più allarmata.

«Ha detto che mi chiamerà lui. Dopo che sarà uscito dall’ospedale».

«Già» bofonchia, «dannati ricchi. È saltato fuori che il bodygard se la passa bene. La famiglia si è detta disponibile a curarlo a casa».

«Sì, tutto quadra», dico pensando al pigiama costoso e a tutto il resto.

Se fosse davanti a me, Stefano mi fisserebbe con due occhi magnetici, come a dire: sputa il rospo, ma io mi guardo bene dall’aprire bocca. Anzi, lo saluto e chiudo la conversazione. Se stavo ancora lì, finivo che gli raccontavo tutto. Stefano è bravissimo a tirarmi fuori le parole di bocca, è il suo mestiere.

Due giorni dopo vengo a sapere che hanno dimesso Leon.

Passo al commissariato per salutare L’uomo che non stacca mai, anche se già mi pento di essermi affacciata al suo ufficio, perché Mr. Liacciuffotuttiio mi guarda in tralice, arrabbiato.

Come da copione, ci mettiamo a bisticciare. Nel bel mezzo del nostro battibecco mi squilla il cellulare.

«Pronto?».

«Sei libera stasera, per il secondo indizio?». Riconosco la voce. È Leon. Il cuore mi accelera. Stefano se ne accorge perché mi fissa in modo allarmato.

«Sì. Dove ci troviamo?».

«Che ne dici del Due corone?».

«Perfetto. A che ora?».

«Alle nove».

«Ci sarò». Chiudo la conversazione.

Quando alzo gli occhi Stefano mi guarda storto. «Lui chi è?».

«È Leon».

La faccia del commissario diventa ancora più scura. «E che sarebbe ‘sta storia?».

«Ci senti? Mi ha dato un appuntamento. Di lavoro», specifico.

«E tu vai là sola?».

«Non ho nulla da temere».

«Lascia che venga con te».

«Non se ne parla nemmeno. Dammi fiducia e vedrai che avrò notizie interessanti».

«Che poi mi riferirai».

«Me lo chiede il mio uomo o il commissario?».

«Solo Stefano».

«Questa l’ho già sentita», dico in tono annoiato.

Gli scocco un rapido bacio sulla guancia e mi allontano, mentre lui mi guarda con due occhi che vorrebbero trapassarmi. Non è tranquillo, lo so. Però ben gli sta, così impara a trattarmi come l’ultima ruota del carro.

Il due corone è un locale in, nel centro di Milano. Fanno dei tramezzini e dei cocktail fenomenali e il primo aperitivo è gratis.

Mi sono messa in tiro. Non so perché, m’è scattato dentro qualcosa: voglio fare una bella impressione. Quando entro lo adocchio subito: Leon è in piedi al bancone, con la camicia nera e i jeans scuri aderenti che gli fasciano il bacino sembra un semidio. Non sarei sincera se non ammettessi dentro di me che un po’ mi piace. Un po’ tanto. Come avesse intuito che sono entrata, si gira, mi vede e mi saluta, facendo segno di avvicinarmi.

Accanto a lui, avverto che ha un buonissimo profumo.

Il paragone scatta immediato tra lui e Stefano, e purtroppo faccio fatica a trovare dei difetti al fascinoso uomo che ho davanti.

«Sei puntuale», dice. «E molto bella».

Sono lusingata. «Pensavo ci sedessimo a un tavolo».

«Certo. Scegli tu quale».

Lo conduco verso uno al centro della sala. «Ecco qua, adesso raccontarmi il secondo indizio».

«Il primo l’hai capito?».

Prendo tempo, giusto per godermi la sua reazione. «Siete fratelli, vero?».

Lui mi si avvicina, nei suoi occhi guizza un lampo selvaggio.

«Fratellastri. Come ci sei arrivata?».

«La vostra somiglianza è evidente».

«Complimenti». La sua vicinanza quasi mi stordisce.

«Non ne hai parlato al tuo fidanzato?».

«Non ancora».

«E non ci sta spiando vero?».

«Non sa che sono qui».

«E lui sa che mi piaci?».

Le mie guance s’imporporano, sento che sto per andare a fuoco. Maschero l’imbarazzo bevendo uno di quei drink gratis che un solerte cameriere ci ha appena portato. Siccome non rispondo, lui prosegue: «Ma tu ami lui».

Abbasso gli occhi, impreparata a una simile piega della nostra conversazione. Lui mi sfiora la mano e un brivido di piacere si insinua dentro. Cerco di imprimere a fuoco nel mio cervello il viso di Stefano, di reagire, ma gli ultimi tempi tra noi sono stati davvero duri e adesso che avrei bisogno di aggrapparmi al ricordo della sua tenerezza, non trovo nulla.

«Smettila, Leon», dico, «mi conosci appena. Cosa vuoi da me?».

«Voglio te».

Alzo gli occhi di scatto. «Prego?».

Non è arretrato di un millimetro, faccio fatica a mantenermi lucida. «Non sono un maniaco. Semplicemente mi hai colpito e vorrei poterti frequentare. Me lo permetti?».

La sua tracotanza mi fa rinsavire. «Numero uno sono fidanzata. Numero due siamo qua per il secondo indizio. Numero tre…».

«Numero tre?», sussurra malizioso.

Sto per dirgli che anche lui m’intriga, ma per fortuna il braccialetto che m’ha regalato Stefano brilla alla luce del locale e trovo la forza di dirgli: « Numero tre è l’ultima volta che mi vedi. Quindi dammi il secondo indizio e facciamola finita».

«Sì, decisamente te lo sei meritato».

Sgrano gli occhi. Lui si allontana e si mette a ridere. «Scusa, ma ti ho messo alla prova. Ho dovuto farlo, perdonami. Perché con questo secondo indizio sarai molto vicina alla verità, quindi ho dovuto accertarmi se potevo fidarmi di te».

«E mi hai fatto la corte per vedere se ci cascavo?».

«Se accettavi il mio corteggiamento, significava che sei una che cambia idea diciamo… allegramente?».

«Temi che spifferi al primo venuto le tue preziose informazioni?».

«Esatto. Invece adesso so che le dirai solo al commissario».

«Forse».

«Oh, dimenticavo. Voi due avete litigato».

«È così evidente?».

«Per me, sì. Sono un tipo che sa leggere le persone molto bene».

Sospiro rassegnata. «Vabbé, ho passato la prova. Adesso dammi il secondo indizio».

«I tre porcellini».

«Eh? La favola?».

«Proprio quella».

«È per via del numero tre?».

«Capisci in fretta».

«Di’ un po’: perché le dici a me queste cose, e non alla polizia?».

«Perché se le raccontassi al tuo caro commissario, farei la parte del testimone che diventa famoso, rimbalzato di tv in tv. Invece voglio essere un anonimo informatore».

Annuisco. «Un’ultima cosa: se eravate in tre sul posto, chi era il terzo uomo?».

Le labbra di Leon si piegano in un sorriso velato d’amarezza. «Era la mia ragazza. Questo che rimanga tra noi».

Oh oh. «Vuoi dire che l’assassino è lei?».

Leon di colpo si fa serio. Guarda assorto un punto in lontananza mentre inizia a raccontare: «Non ne potevo più dei festini hard di Carlo. Facevo il suo bodyguard come copertura, era un modo come un altro, per nostro padre, di averci entrambi vicini, con il tacito accordo – ovviamente – di non rivelare a nessuno lo stato delle cose. Io ero il fratellastro top secret. Solo che io e Carlo non potevamo essere più diversi: io stavo insieme da due anni alla stessa donna, lui le cambiava in continuazione. Aveva preso l’abitudine di portarle di notte al Night Golf Club, anche quella sera ci stava andando. Di solito non lo accompagnavo, ma quella sera mi disse che avrei dovuto andare con lui. Quando la mia Ingrid spuntò dal bosco – Carlo le aveva dato le chiavi di un’entrata secondaria – capii tutto ancora prima che aprissero bocca. Ingrid mi disse che s’era innamorata di Carlo e che mi lasciava. Sferrai un pugno al porco di mio fratello, lui fece altrettanto. Iniziammo a darcele di santa ragione. Per fermarci Ingrid prese una mazza da golf dalla sacca di Carlo, quella sera lui aveva giocato e mi aveva lasciato la sacca da riporre in macchina. Immagino che volesse dare un colpo a me, per stordirmi, invece prese in pieno la testa di Carlo, proprio mentre io cadevo a terra dopo l’ennesimo pugno ricevuto e sbattevo la testa. Da allora non ho più visto Ingrid, né so dove si trova».

«Dovrai firmare una dichiarazione. È troppo importante questa testimonianza. Leon, devi andare al commissariato. Stai proteggendo la tua ex».

«Ma io ho visto solo Ingrid brandire la mazza nel mentre che cadevo a terra. Non so che cosa sia successo dopo».

«Vabbé, fa’ come vuoi. Farò da talpa al commissario e lascerò che se la sbrighi lui con questa patata bollente».

«Ecco, brava».

Lo saluto ed esco dal locale mentre in me cova una ridda di emozioni. Non faccio in tempo a tirare il cellulare fuori dalla borsa per chiamare Stefano, che il Lupus in fabula s’avvicina e mi afferra sottobraccio, strattonandomi lungo il marciapiede. Mi spinge fino alla sua macchina, dopodiché m’infila dentro senza premura.

«Sei rimasta in quel locale più di un’ora? Che avete fatto?».

Gli leggo in faccia che è geloso, altrimenti non mi avrebbe chiesto cos’abbiamo fatto. «So tutta la storia, ma ho un dubbio su chi sia il colpevole».

«Elena, capisci che mi hai fatto stare in pensiero?».

«Ah sì?».

«Certo, porca miseria!».

«Come sapevi che ero lì?».

«Ti ho fatto pedinare. Ero troppo preoccupato che ti succedesse qualcosa».

«Davvero? Tieni alla mia incolumità o alle mie informazioni?».

«A te, solo a te, tesoro. E vorrei potertelo dimostrare meglio di così».

Gli accarezzo le guance per rasserenarlo. «Non ti fidi di Leon?».

«È incensurato. Però temevo che ti facesse qualche avances, è una calamita per le donne».

«A quel che mi ha detto, sta insieme alla stessa donna da due anni».

«Strano, a noi risulta che cambi donna in continuazione».

Di colpo mi si accende la lampadina. «Caino e Abele!», esclamo sconvolta dalla rivelazione. «Lui non è Abele, è Caino! Quindi quel che m’ha detto va tutto rovesciato!».

Stefano mi guarda, agitato pure lui. «Elena, spiegheresti anche a me?».

«Metti in moto», gli dico, «dobbiamo andare ad arrestare l’assassino. Ti spiego strada facendo».

Parcheggiamo al Night Golf Club che è chiuso. Per prudenza Stefano ha fatto arrivare delle volanti. Suoniamo e il commissario estrae il suo tesserino di riconoscimento. Devo parlare con «Leon Guaschi», dichiara in tono professionale.

L’inserviente ci scorta lungo i locali deserti – gli ultimi frequentatori, ancora per poco, stanno giocando a golf – e ci conduce in una specie di sala riunioni. Sentiamo delle risate provenire dalla stanza. Due voci, una di uomo e l’altra di donna. Quando entriamo, bussando appena un colpo, scorgiamo Leon e, presumo, Ingrid che stanno appiccando il fuoco nel camino. Accanto a loro una mazza da golf.

«Vi dichiaro colpevoli dell’omicidio di Carlo Lancini» esordisce Stefano.

Leon si stacca da Ingrid, che ci scruta spaventata e terrea, e mentre parla guarda me. «Come sarebbe a dire? Ho perso un’ora, prima, a spiegarti come stanno le cose».

«Peccato che mi hai raccontato la verità rovesciata. Giusto?».

Leon mi fissa imbambolato.

«L’avevate calcolata bene, tu e la tua ragazza», riprende Stefano. «Volevate depistarci, giusto il tempo di far sparire l’arma del delitto per sempre; mentre noi avremmo cercato Ingrid, qui voi bel belli avreste bruciato la mazza. Avete pensato di far credere a Elena, e di conseguenza a me, che Carlo fosse stato ucciso per sbaglio. Invece l’assassinio è stato premeditato a lungo, e prova ne è il fatto che questa mazza da golf» e Stefano la prende «ne sono quasi certo, è stata sabotata».

«Come avete fatto a trovarci?», balbetta Leon.

«La tana dei tre porcellini è stato l’indizio. Eravate tu, Carlo e Ingrid, vero? E la tana era il Night. Sono sicuro che troveremo sulla mazza le vostre impronte» afferma il commissario, cominciando a saggiarla. «Ecco, sabotata in modo che dall’impugnatura, con una leggera pressione delle dita, esca un cilindro di metallo in grado di ammazzare chiunque. Stasera, dopo il teatrino di Leon con Elena, siete venuti qui a disfarvi della mazza che avevate nascosto».

«Ma non avete prove».

«Ti sbagli», dico. «Dimentichi che sono una giornalista. Ho registrato tutto quello che ci siamo detti».

In quel momento irrompono nella stanza gli uomini di Stefano.

«Non sarà facile convincere il giudice della nostra colpevolezza», riprende Leon.

«Altro errore», ribatte Stefano. «Racconteremo la storia di un fratellastro che addossava ogni sua malefatta al fratello ricco. E che quando costui ha deciso di reagire, chiamando il cattivo e la sua bella di sera al Night, loro l’hanno sorpreso e l’hanno eliminato. Per gelosia, invidia? L’odiavate, vero? Come Caino odiava Abele».

Lo guardo allontanarsi, trascinato dagli agenti, mentre Stefano mi abbraccia. «Leon è un manipolatore, Elena, e del tipo peggiore. Ha cercato di addossare ogni colpa alla sua ragazza e al fratellastro. Sono sicuro che anche lei, come te, è stata manipolata».

Io mi rilasso, cinta dalle braccia forti di Stefano che mi fanno sentire protetta. Solo ora capisco il guaio in cui mi sono ficcata.

«Ti porto fuori a cena?», mi domanda.

«Sarebbe la giusta ricompensa per lo scampato pericolo ». Ci baciamo come non accadeva da tempo, e mi sembra che, finalmente, tutto sia tornato come prima.

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